lunedì 16 marzo 2009

I socialisti nelle recenti elezioni in Austria e in Spagna

Un passo avanti, due indietro

I socialisti nelle recenti elezioni in Austria e in Spagna

di Felice Besostri

Due partiti socialisti hanno affrontato, domenica 1 marzo, elezioni regionali in Austria e Spagna.
    Nel complesso non sono andate bene con la sola eccezione del Paese Basco, dove, però, la vittoria apre problemi sul piano nazionale di non poco conto per il governo socialista di Zapatero.

    In Austria il test più importante, anche simbolicamente, era quello della Carinzia: le prime senza Haider, dopo la sua morte per incidente stradale.

    Il partito da lui fondato, dopo aver lasciato polemicamente la FPOe, la Lega per il Futuro austriaco BZOe, ha ottenuto il 45,6% dei voti e 17 seggi.

    I socialisti della SPOe, pur guidata a livello nazionale dal dinamico cancelliere Werner Fayman, perde invece i 10 punti percentuali, crollando dal 38% al 28%. Un pessimo risultato ricordando che la Carinzia prima della comparsa di Haider era uno dei Land, in cui i socialisti avevano ottenuto anche la maggioranza assoluta.

    In Carinzia la BZOe ha liquidato i concorrenti della FPOe, che con il 3,5% non riusciranno nemmeno ad entrare nel Parlamento regionale.

    Questa volta i Verdi non hanno beneficiato delle perdite socialiste, poiché sono rimasti fermi al 5,6%, mentre i popolari della OeVP, alleati di governo dei socialisti, crescono al 16,5%.

    I risultati sono sorprendenti; ormai si vota sempre più con la pancia e meno con la testa: il bilancio della gestione Haider e del suo successore Dörfler è disastroso. Con due miliardi di Euro di deficit e lo 11,5% di disoccupati la Carinzia ha due record negativi tra i Land austriaci.

    In Spagna votavano due Comunità Autonome altamente problematiche, la Galizia ed il Paese Basco.
    La Galizia è la più povera regione spagnola, ancora più povera in seguito alla crisi economica. Con la sola eccezione del 2005 la Galizia è sempre stata un feudo della destra di Alleanza Popolare prima e del Partito Popolare poi: non per nulla lì aveva trovato il suo rifugio politico Fraga Iribarne.

    È, inoltre, una regione dove la destra si è sempre caratterizzata per il suo clientelismo ed un rapporto personale: i "cacicchi" ne sono stati una delle espressioni più note.

    Nel 2005, appunto, l’alleanza tra il PSOE e i nazionalisti del Blocco Nazionale Galiziano strappa la maggioranza assoluta per un solo voto ai popolari. La maggioranza ridotta ed i vincoli di decenza non hanno consentito al Governo galiziano di acquistare popolarità.

    Di contro il controllo delle Deputazioni Provinciali ha consentito al PP di trasformare il pubblico impiego nella più fiorente industria della regione.

    Nell’Ourenza tra i 1200 dipendenti della Deputazione Provinciale ci sono veri e propri scandali come i 33 portinai per sole tre entrate nel palazzo del governo provinciale e i 17 stallieri per 15 cavalli: chi fosse amministratore comunale o dirigente politico nel PP aveva il posto assicurato.

    Il candidato del PP, Feijóo, ha potuto godere dell’appoggio senza riserve di Mariano Rajoy, un altro galiziano, che giocava il suo futuro.

    Il PP è lacerato da lotte intestine senza risparmio di colpi tra le diverse fazioni in lotta ed alla vigilia delle elezioni di uno scandalo di corruzione politica da far impallidire Tangentopoli.

    Il margine di maggioranza dei popolari è di tre seggi e non devono governare in coalizione.
    A differenza della Sardegna si tratta di una chiara vittoria della destra, più che una sconfitta della sinistra (in Spagna) o del centro-sinistra (in Italia).

    La partecipazione elettorale è aumentata rispetto al 2005 di 51.000 votanti ed il PP ha avuto 55.000 voti in più guadagnati dal BNG, che ha perso 40.000 voti, quasi il doppio di quelli perduti dal PSOE. I delusi della sinistra vanno ricercati nei voti bianchi aumentati di un terzo e nei nulli e/o dispersi, più di 100.000.

    In compenso nel Paese Basco la vittoria socialista è stata netta, pur non avendo raggiunto lo status di primo partito.

    Il PSOE di Euskadi è passato dal 22,6% al 30,7% e da 18 a 24 seggi.
    Tuttavia il dato più impressionante è che per la prima volta in 30 anni i partiti nazionalisti perdono la maggioranza assoluta.

    Il PNV mantiene i suoi 29 seggi, ma a spese del suo alleato EA delle due precedenti elezioni.
    Le formazioni legate ad ETA sono state vietate alla vigilia delle elezioni e per questo la parola d’ordine era di astenersi! Il Partito Comunista dei Lavoratori baschi, vicino a ETA, era presente nel precedente parlamento con 9 seggi ed il 12,4% dei voti.

    L’indicazione è stata seguita: si contano quasi 100.000 voti nulli, ma non totalitariamente, tanto che una formazione di sinistra nazionalista fortemente critica nei confronti della violenza terroristica è cresciuta da 1 a 4 seggi e dal 2,3% al 6,05%.

    La formazione basca legata a Izquierda Unita, che sosteneva il governo del PNO, è stata sconfitta, da tre a un seggio, mentre una nuova formazione derivante da una scissione dei socialisti baschi, la UPyD, è entrata nel Parlamento regionale con un deputato.

    La vittoria dei socialisti e del loro leader Patxi López, però corre il rischio di creare problemi: innanzi a tutto una maggioranza alternativa al PNV è possibile soltanto con un’ammucchiata con il PP.

    Un governo socialista con i nazionalisti baschi pone il problema, che secondo il costume politico spagnolo la Presidenza del governo regionale spetterebbe al Partito di maggioranza relativa, il PNV: una coalizione che sarebbe focalizzata dai contrasti.

    Tuttavia i problemi maggiori sono per il Governo Zapatero, perché un governo basco che escludesse il PNV avrebbe immediati riflessi ritorsivi.

    A Zapatero mancano sette seggi per avere la maggioranza nelle Cortes: finora gli erano stati assicurati bene o male dal PNV. Una loro ostilità lo costringerebbe a ricercare altri allegati ed a pagare altissimi prezzi.

    Con queste elezioni è la prima volta che Zapatero ha una sconfitta elettorale: un segnale di caduta di popolarità per la crisi economica, che il governo non riesce, come, peraltro, tutti gli altri governi del mondo, a controllare.

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