venerdì 9 luglio 2010

L'oltrismo 

PERISCOPIO SOCIALISTA 

L'oltrismo  è una specie di ancoraggio psicologico per evitare la deriva: "Noi abbiamo perso, ma loro, i socialdemocratici, non hanno vinto!"

di Felice Besostri 

L'Italia rappresenta il ventre molle della sinistra in Europa, né la situazione migliora di molto comprendendo i consensi del PD, che ufficialmente è un partito di centro-sinistra. La sinistra, in tutte le sue varianti da quelle riformiste a quelle antagoniste è fuori dal Parlamento italiano e da quello europeo. Nelle stesse assemblee regionali è presente a macchia di leopardo e nelle regioni più ricche ha una presenza di testimonianza: senza listini del presidente e liste bloccate la presenza sarebbe ancora più ridotta.

    Se Sparta piange, Atene non ride: il PD in 2 anni ha perso quasi 5 milioni di elettori senza guadagnarne dal centro destra, che pure ha perso voti in assoluto. In conclusione il PD non si espande, come maggior partito di opposizione, grazie ai delusi dal governo e la sinistra non beneficia dei voti persi dal PD. Un vantaggio marginale è tratto da liste di protesta del tipo “grillini”, ma è soprattutto l'astensione che guadagna, inesorabilmente elezione dopo elezione, frazioni crescenti dell'elettorato.

    La spiegazione è facile, anche se potrebbe essere ingiusta, né il PD né la sinistra, dai socialisti ai comunisti, passando da verdi e vendoliani, sono credibili agli occhi dei loro potenziali, molto potenziali, elettori. Sono degli incompresi, malgrado gli sforzi per mostrarsi innovativi: nel giro di 3 anni Costituente Socialista, Sinistra Arcobaleno, Sinistra e Libertà, Federazione della Sinistra, Sinistra Ecologia Libertà e soprattutto l'invenzione di portata mondiale, la seconda dopo l'Ulivo, il Partito Democratico. In questa situazione di attesa, che  gli elettori  siano finalmente illuminati, si dovrebbe avere meno presupponenza e maggiore umiltà, perché il percorso di costruire una sinistra con respiro europeo sarà lungo, difficile, contraddittorio e senza garanzie di successo.

    C'è, pertanto da rimanere quantomeno perplessi ( l'età media dei militanti di sinistra non consente loro, parafrasando Claire Bretécher, di essere totalmente indignati per più di un minuto) quando il compagno D'Alema appena eletto alla presidenza della Fondazione Europea di Studi Progressisti (FEPS) ha dichiarato che bisogna andare oltre la socialdemocrazia. La motivazione è che i partiti socialdemocratici si erano convertiti alle suggestioni del mercato e all'ideologia del capitalismo nell'epoca della sua espansione planetaria: in altre parole avevano abbandonato la socialdemocrazia per la Third Way giddens-blariana e il Neue Mitte di Schröder.

    Guarda caso! Si erano fatti affascinare dagli stessi modelli che avevano affascinato parte dei DS, la maggioranza, la stessa che si è sciolta nel PD.

    Dunque si dovrebbe semmai tornare alle origini delle socialdemocrazie e non andare "oltre".
    Verso dove?
    Privatizzazioni e liberalizzazioni, facendo finta che fossero la stessa cosa sono stati una bandiera della XIII legislatura: basta citarne una per tutte, quella della Telecom, che doveva creare una nuova classe capitalista. Il 1999 è stato l'apice di quella stagione: una tranquilla Unione Europea a 15, con 12 primi ministri  socialdemocratici e Prodi, un'egemonia conquistata democraticamente il libere elezioni.

    Peccato che non si sia tradotta  in una Nuova Idea d'Europa, più politica e più sociale, cioè più vicina alla gente, quella che nei referendum vota no alla Costituzione europea e non va a votare per il Parlamento Europeo. Non hanno fatto nulla di diverso di quello che hanno fatto tutti i governi, mettere l'interesse nazionale al primo posto, prima di quello dell'Europa e della maggioranza dei suoi abitanti: non è una contraddizione, le scelte governative dipendono sempre più da gruppi di pressione e di interessi organizzati, lobbies, cricche e furbetti del quartierino, capitani coraggiosi, che dalla necessità di soddisfare le aspettative di ampi strati della popolazione, che i mezzi di informazione di massa raramente pongono in primo piano.

    Nelle critiche alla socialdemocrazia, che in Italia hanno sempre avuto successo in epoche diverse, si fa confusione tra critiche alle politiche concrete dei partiti socialdemocratici al potere con l'ideologia socialista democratica: le politiche possono essere radicalmente rovesciate senza bisogno di mettere in discussione i fondamenti del socialismo democratico, anzi nella SPD e nel PSE la critica alla deriva liberista avviene all'insegna del ritorno ai fondamentali della socialdemocrazia:piena e buona occupazione, cioè centralità del lavoro. I rapporti tra partito socialdemocratico e sindacato sono sempre stati stretti, senza peraltro una chiara preminenza del partito a differenza del modello comunista, anzi con il problema opposto di una tutela sindacale sul partito, fortissima nel Labour Party  fino alla riforma del 1993.

    Rimproverare alla socialdemocrazia lo statalismo, facendo un unico calderone con lo statalismo burocratico del comunismo sovietico, costituisce un segno in più dell'ignoranza delle differenti tradizioni socialdemocratiche, da quella belga a quella austriaca per esempio di associazionismo di base, ed il ogni caso equiparare uno Stato democratico ad uno burocratico-autoritario non consente di cogliere la loro radicale contrapposizione. La divisione tra socialismo democratico e comunismo nel XX secolo si è fondata essenzialmente sulle opposte concezioni per la conquista e la gestione del potere. Più che l'idolatria dello Stato ha nuociuto alla socialdemocrazia la visione nazionale in un'epoca il cui il peso dello Stato è diminuito, poiché materialmente non in grado di affrontare e risolvere i problemi, vere e proprie sfide, posti dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell'economia.

    Contrapporre Stato e Mercato nel pensiero socialista democratico è un non senso, poiché è chiaro il rifiuto di un modello economico basato sulla collettivizzazione dei principali mezzi di produzione e sulla pianificazione centralizzata e autoritaria. Centrale è, invece la questione di quale Stato e di quale Mercato: uno Stato burocratico, clientelare e corrotto è altrettanto nefasto di un mercato totalmente sregolato e/o dominato da oligopoli. 

    Stato e mercato sono istituzioni, che non sono in quanto tali ontologicamente contrapposte, semmai al centro va posta la questione Pubblico-Privato e la dimensione pubblica si può coniugare in una pluralità di modi, non necessariamente come statalismo. Cooperative, imprese no-profit, società di mutuo soccorso, in senso generale il cosiddetto Terzo Settore. Imprese pubbliche o società di capitali controllate da enti pubblici sono altre forme, di cui discutere in concreto e non in astratto: imprese pubbliche che servono al sottogoverno ed al finanziamento diretto o indiretto della politica non sono la stessa cosa di imprese pubbliche orientate a soddisfare interessi generali e/o quelli degli utenti di un servizio pubblico.

    L'articolo 41 della nostra Costituzione è una buona base dalla quale partire per delineare nelle situazione concrete i rapporti tra attività economica privata e libera e i fini sociali. I discorsi sull'andare “oltre” sono astratti ed ideologici se non si precisa non solo i quale direzione e con quali mezzi. Storicamente la sinistra è stata costituita da diversi filoni, spesso in contrapposizione tra loro, quella tra comunisti da un lato e socialisti o anarchici dall'altro anche violenta. Ora si tratta di trovare un loro superamento come sintesi armonica, più che come egemonia di una componente sulle altre.

    La nuova sinistra, come predica Edgar Morin deve essere socialista, comunista, libertaria e ambientalista. Se la contrapposizione principale nella sinistra del XX° secolo si è conclusa con la sconfitta del comunismo di tipo sovietico, il socialismo democratico non ha vinto, anzi ha conosciuto sconfitte elettorali, malgrado le quali resta comunque la principale , e in alcuni paesi l'unica, forza di progresso. Pensare che per rinnovarsi debba ispirarsi al PD italiano o a quello giapponese o al programma di Obama, come già a suo tempo avrebbe dovuto ispirarsi all'Ulivo e a Clinton, è ridicolo. Pare il frutto di una mentalità ben espressa dal provocatorio Monumento alla Vittoria di Bolzano con le colonne in forma di fasci littori e la scritta in latino che recita “da questi confini civilizzammo le genti”.  Per più volte i filoni di provenienza PCI con l' ideologia dell'oltrismo hanno perso l'occasione di ricongiungersi, anche in modo fortemente critico, con il socialismo democratico europeo dalla fondazione del PDS con Occhetto,  alla formazione dei DS con D'Alema e Veltroni, con la stessa scissione di Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo.

    L'oltrismo  è una specie di ancoraggio psicologico per evitare la deriva: Noi abbiamo perso, ma loro i socialdemocratici non hanno vinto! Piuttosto che socialisti democratici è meglio passare al liberismo, direttamente, senza una pausa socialdemocratica. L'oltrismo come malattia senile del comunismo.

*) Portavoce del Gruppo di Volpedo, associazione di circoli socialisti e libertari del Nord Ovest      

lunedì 28 giugno 2010

Pomigliano e dintorni 

PERISCOPIO SOCIALISTA 

In nome della globalizzazione e della concorrenza si deve accettare tutto a scatola chiusa? Nelle nostre valutazioni da socialisti europei, deve o no entrare una riflessione più generale?  O abbracciamo la filosofia del ciascuno per sé e Dio per tutti?

di Felice Besostri 

Se le posizioni su Pomigliano danno luogo ad una dicotomia -- del tipo i conservatori sono contro l'accordo proposto (o meglio imposto?) da Marchionne e i moderni, che sono anche i progressisti a favore -- stiamo sprecando un'occasione. In nome della globalizzazione e della concorrenza si deve accettare tutto a scatola chiusa?

    La Fiat fa i suoi conti. Chi non è dipendente dalla FIAT o al suo servizio deve fare i propri e pensare ad alternative anche di politica industriale. Siamo convinti che l'automobile come industria dipendente dal petrolio sia l'unico futuro industriale dell'Italia? Accettare un cero tipo di sviluppo implica delle scelte, tra cui l 'aumento di emissioni di CO2 e la ricerca spasmodica di nuove riserve con il rischio di tragedie ambientali come la marea nera del Golfo del Messico.

    Accettare la logica della concorrenza implica che il peggioramento dei salari non ha limiti. Ora ci si confronta con i polacchi, domani con i cinesi, però i cinesi vivono in Cina e quelli di Pomigliano in Italia: con salari cinesi non arriverebbero alla prima settimana del mese.

    Se in punto di redditività ci sono 6 milioni di vetture anno, ci si deve chiedere dove stanno gli acquirenti e quindi se è più vantaggioso produrre in Italia o in Cina, in India o in Brasile.

    Sappiamo quanto investirà la FIAT, più di 700 milioni di Euro per ristrutturare lo stabilimento, ma le infrastrutture sono adeguate per gestire centinaia di migliaia di nuove Panda? Questi investimenti sono a carico della Fiat e compresi nel piano o saranno pubblici? L'accordo proposto da Fiat è un'eccezione o un nuovo modello di relazioni industriali, come preconizza Marcegaglia?

    Non sono questioni irrilevanti per potersi pronunciare a favore o contro.
    Nelle nostre valutazioni da socialisti europei, deve o no entrare una riflessione sugli operai polacchi, che sono 6.000, cioè di più di quelli di Pomigliano? O abbracciamo la filosofia del ciascuno per sé e Dio per tutti?

    Mi rendo conto di formulare domande più che dare risposte, ma come il Talmud insegna è più importante formulare delle buone domande che dare cattive risposte.

    Le risposte dipendono dal contesto, è possibile ingoiare un rospo oggi in cambio di vantaggi domani, per esempio contribuire all'aumento di produttività in cambio di vantaggi salariali o di un sistema di cogestione  o di partecipazione al capitale sociale. Nel caso di Pomigliano l'unica contropartita è  il mantenimento (temporaneo) del posto di lavoro. Se cambiano le prospettive, la Fiat può sempre decidere di non fare l'investimento o di ridurlo ovvero di farlo, ma poi di chiudere fra un certo numero di anni perché non riesce a vendere le Panda.

    Non è neppure scritta una clausola di non ricorso alla Cassa integrazione in cambio di una rinuncia allo sciopero ovvero di mantenere l'occupazione agli stesi livelli per un certo numero di anni. La trattativa non c'è stata. Il prendere o lasciare non è una trattativa. Una trattativa seria richiedeva un sindacato unito e non frammentato.

    Ritengo che si debba riprendere l'obiettivo di avere una centrale unica o una federazione unitaria di categoria sul modello della IG Metall tedesca. E ritengo altresì che, quando si tratta con una multinazionale, come controparte ci debba essere una rappresentanza multinazionale dei sindacati.

    Una considerazione finale: essere a favore o contro l'accordo implica un giudizio di politica industriale ed economica di valenza generale. Quindi, non riguarda solo i dipendenti. Avrei voluto essere consultato anch'io...      

venerdì 14 maggio 2010

NRW vs. GRECIA

Periscopio socialista - L'ANALISI 

di Felice Besostri

Non è un caso che il vertice europeo per il salvataggio della Grecia fosse stato convocato per il giorno 10 maggio, cioè all'indomani delle elezioni nel Land della NRW ( Renania Settentrionale Vestfalia), appena 8 giorni prima del fatale 19 maggio, il giorno della scadenza di obbligazioni greche, che il governo ha dichiarato di non essere in grado di rifinanziare con ricorso al mercato finanziario. L’aggravarsi della situazione dei mercati finanziari ha costretto la UE a riunirsi lo stesso giorno delle elezioni nella NRW

    Il Land NRW è il più popoloso della Germania, con i suoi 18 milioni di abitanti: se fosse uno stato indipendente nella Unione Europea sarebbe l'ottavo tra gli stati più grandi.  Gli abitanti totali di Piemonte,  Lombardia e Veneto corrispondono a un dipresso a quelli della NRW.      Quel Land costituisce il primo test elettorale della coalizione giallo nera, FDP e Union CDU-CSU, della Merkel, la cui popolarità è in calo : i partiti al governo sono divisi sulla politica economica, sui tagli al welfare e/o alle tasse e la Merkel appare più propensa a  barcamenarsi. piuttosto che di esercitare una leadership. Le incombenti elezioni nella NRW avevano contribuito alla paralisi, perché, come ha denunciato la SPD, non si sarebbero fatte  scelte significative prima delle elezioni, con il rischio di scontentare i più e di aumentare i dissensi interni alla coalizione  La posta in gioco non è solo il governo del Land, ma anche la maggioranza nel Bundesrat, la seconda  Camera della RFT, espressione degli esecutivi regionali: senza la NRW la maggioranza di governo dipende anche dai Land governati dalla CDU-SPD. La coalizione governativa dispone di 37 voti su 69, 6 dei quali sono quelli attribuiti alla NRW.

     Senza l'incapacità della Sinistra (SPD e Linke) e dei Verdi di trovare un'intesa nella Saar e in Turingia e senza i  mandati suppletivi e perequativi dello Schleswig-Holstein il governo sarebbe già in minoranza nel Bundesrat.

    La NRW rappresenta quasi il 22% della popolazione tedesca e uno dei Land, che, malgrado la crisi della Ruhr, maggiormente contribuisce al PIL tedesco e le sue vicende politiche hanno caratterizzato la Germania del secondo dopoguerra.

    La competizione tra CDU e SPD è sempre stata alta. Nelle 14 tornate elettorali dal 1947 al 2005 la CDU è stata per 8 volte il primo partito. La SPD e sempre stata sopra il 45% dal 1966  al 1995 e sopra il 40% dal 1962 al 2000, conquistando la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi nel 1985 e nel 1990 e dei soli seggi nel 1980: la CDU conquistò invece la maggioranza dei voti e dei seggi una sola volta nel 1958. La NRW era fino alle elezioni federali del 2005 uno dei bastioni rossi e che ha espresso leader carismatici e popolari della SPD come Johannes Rau, che è stato Ministerpresident della NRW (1978-1998) e Presidente federale (1999-2004), un dirigente purtroppo  scomparso nel 2006, uno dei periodi più difficili per la SPD: scissione di Lafontaine, formazione della Linke, elezioni anticipate e  Grosse Koalition nel fatidico 2005.

    Il governo regionale uscente è una coalizione CDU- FDP eletto nel  2005 dopo che la coalizione uscente SPD- Verdi è stata battuta e con la CDU, che con il 44,8% conseguì il suo 5° miglior risultato dal 1947. La SPD passò da 102 seggi su 231 a 74 su 187 e i Verdi da 17 a 12; una sconfessione della coalizione rosso-verde, neppure imputabile ad un'accresciuta concorrenza a sinistra: la PDS ottenne un modestissimo 0,9% e la WASG di Lafontaine un 2,2%, bensì all'astensione di importanti segmenti elettorali 3 milioni di voti nelle regionali del maggio del 2005  e 4 milioni nel settembre dello stesso anno, calati a 2.678.956 nelle elezioni federali del 2009. Nei sondaggi la SPD era data in ripresa rispetto alle elezioni federali, ma ancora lontana dai pur negativi risultati delle regionali precedenti .

    La sfida a sinistra è rappresentata dal recupero della SPD e dal risultato della Linke, soprattutto se avviene non  a spese dirette della SPD, ma con la conquista di nuovi elettori e il recupero dell'astensionismo di sinistra. La Linke deve confermare il superamento della Sperrklausel del 5% poiché non è immaginabile che conquisti uno dei 128 mandati diretti su 181: l'elettorato di sinistra è molto più maturo dei dirigenti dei suoi partiti: nei collegi uninominali maggioritari vota SPD per battere il candidato democristiano, cioè vota utile col cervello, riserva il voto di cuore al Secondo voto, (ZwSt), quello proporzionale alle liste bloccate a livello di Land, che è quello che determina la composizione definitiva del Landtag, grazie ai mandati aggiuntivi alle liste penalizzate nelle elezioni dirette: nel  1990 furono addirittura 58.

    Sulla base dei risultati delle Europee del giugno 2009 la Linke, con il 4,6%, è sotto la soglia del 5%, che aveva superato con le elezioni federali del 2005 con il 5,2% e con quelle del settembre 2009 con lo 8,4% del Secondo voto e lo 7,1% del Primo voto. Il vero termine di paragone per la Linke è lontano nel tempo ed è costituito dai risultati del KPD, il Partito Comunista di Germania, che nel 1947 ebbe una percentuale del 14%, affermandosi come il terzo partito del Land. La Linke è, invece, al 5° posto. La Linke ha affrontato queste elezioni senza il carisma di Oskar Lafontaine, che si è sostanzialmente ritirato dalla vita politica federale sia per ragioni di salute, che per il disastroso esito finale della vittoria nella Saar, a lui in gran parte imputabile, oltre che all'allineamento al potere dei Verdi.  Nella NRW vi è lo stesso problema: nei sondaggi vi è una maggioranza rosso-rosso- verde che oscilla, tra il 51 i il 52%, ma le maggioranze si fanno con la politica, prima che con i numeri, così è stato nelle elezioni federali del 2005 e nelle regionali nella Saar e in Turingia del 2009, maggioranze di sinistra sulla carta si sono tradotte in una Grosse Koalition  a guida democristiana a livello federale e in Turingia e in una coalizione CDU-FDP-Verdi nella Saar, chiamata Jamaika dai colori di quella bandiera, nero giallo verde. Una tale soluzione soluzione non è esclusa a priori per la NRW, perché la marcia verso il centro dei Verdi non è finita in Germania e in Europa, anzi è appena all'inizio.  La SPD con il Congresso di Dresda nel 2009 sembra aver tratto un qualche insegnamento dagli errori del passato: lo spostamento dell'asse politico a sinistra appare chiaro, anche se con qualche ambiguità segnalate dal risultato di Andrea Nalles, storica esponente della sinistra socialdemocratica per la segreteria generale e dalla riconferma nel Parteivorstand di Christoph Matschie, il protagonista del sabotaggio di un governo di sinistra SPD-Linke in Turingia a guida di una donna socialdemocratica. Per la SPD non è più tempo di calze rosse in scarpe nere, ma di perseguire con determinazione e coerenza un'alternativa alla CDU. La Linke a sua volta deve decidere se la SPD è un avversario da battere o un alleato da conquistare. Nella Linke ci sono  4 componenti quella della ex SED, quella socialdemocratica di sinistra, la sinistra extraparlamentare e quelli che son arrivato direttamente prima alla PDS o poi alla Linke.  Una preminenza dei primi è di ostacolo ad un'espansione elettorale fuori dalle zone ex DDR. Lafontaine ha occidentalizzato la Linke, ma anche teso i rapporti con il partito di provenienza. Gli extraparlamentari sono portatori di una visione settaria. Nuovi rapporti a sinistra possono nascere dall'iniziativa del quarto gruppo, che si incontri con una generazione politica della SPD non segnata dalla divisione della Germania e dalla contrapposizione socialismo democratico-comunismo sovietico.

    Il 22 marzo è scaduto il termine per la presentazione delle liste per le elezioni nel Land della Renania Settentrionale- Vesfalia (NRW) del 9 maggio 2010. In Germania ricorsi e impugnazioni si possono fare ed esaurire senza interferenze sulla campagna elettorale vera e propria, a differenza dell'Italia, come nel caso del Lazio.. In Germania i partiti rappresentati nel Parlamento nazionale sono soltanto cinque, nei Länder spesso solo quattro, eccezionalmente sei, quando entra l'estrema destra , eppure tale risultato è raggiunto consentendo l'ammissione di un numero elevato di liste e non con artificiose barriere come in Italia.

     I partiti già rappresentati nel parlamento del Land non devono raccogliere firme: ma per quello non rappresentati ne bastano 1.000, un decimo di quelle necessarie in Lombardia. Per accedere al finanziamento delle campagne elettorali in Germania basta lo 0,5%, mentre in Italia bisogna aver eletto almeno un consigliere regionale, cioè in alcune regioni il 4%, sempre alla faccia dell'art. 51 della Costituzione. La Corte Costituzionale deciderà sulla questione il prossimo 6 luglio in relazione alle elezioni europee, ma la questione giuridica è la stessa. 

    La campagna elettorale nella NRW   è incentrata sulle questioni specifiche del Land, malgrado la sua valenza di test nazionale della popolarità della Merkel e la sua proiezione sui destini della Grecia.

    In Italia le politiche delle regioni, con le accresciute competenze derivante dalla riforma dell'art. 117 della Costituzione, sono state le grandi assenti dalla campagna elettorale. 

    Un altro insegnamento potremmo trarre dall'esperienza tedesca, quella di evitare che le regionali si tengano quasi tutte nelle stessi giornate. Soltanto le regioni a statuto speciale e per loro vicende particolari l'Abruzzo e il Molise non hanno votano il 28/29 marzo 2010, in Germania votano contemporaneamente, nello steso giorno, al massimo 3 Länder. In Germania 4 Länder hanno votato nel 2008, 5 nel 2009, nel 2010 solo la NRW  e forse le elezioni anticipate nello Schleswig-Holstein e nel 2011 altri 5  La discussione sulle competenze specifiche della Regione e di come sono state esercitate prevalgono allora sui temi di carattere generale come deve essere in uno stato veramente federale e non in quella caricatura di federalismo, che la Lega Nord è riuscita a contrabbandare. In uno stato federale, ma anche in uno stato dalle forti autonomie come la Spagna, il giuramento dei candidati presidenti di regione nelle mani del Capo del Governo avrebbe fatto indignare, ancor più che ridere.

     Le resistenze della Merkel si spiegano con l'opposizione, stando ai sondaggi, del 57% dei tedeschi alla concessioni di prestiti alla Grecia. E' una scelta miope in un'ottica europea, che rischia di far costare di più l'intervento di salvataggio ovvero di mandare la Grecia in default con effetti domino sui paesi con un elevato deficit di bilancio, Italia compresa. L'incapacità dell'Europa, per scelte tedesche, non è la prima volta, che ha effetti tragici. Alla vigilia della crisi jugoslava c'è stato un mancato prestito alla Banca centrale della RFJ. La Germania di Kohl ( e il Vaticano) avevano scommesso sulla disintegrazione jugoslava, infatti riconobbero subito l'indipendenza slovena e croata. I costi umani, sociali ed economici delle guerre civili inter-jugoslave non sono mai entrati ufficialmente nei nostri bilanci politici. Il governo socialista greco e il suo popolo stanno pagando le colpe del governo conservatore e dei truffatori internazionali della Goldman Sachs senza la solidarietà internazionale, di cui hanno bisogno e diritto. Un'intesa è stata raggiunta in extremis e non è detto che alla lunga funzioni.

    La novità di queste elezioni è rappresentata anche dalla nuova legge elettorale, che introduce per la prima volta in un Land il doppio voto, con il primo( Erststimme) si elegge un candidato nel collegio uninominale maggioritario, con il secondo(Zweitstimme) si votano le liste regionali con distribuzione proporzionale. I collegi uninominali sono 128e gli altri 53. Tuttavia se un partito ottiene mandati diretti in numero superiori a quelli spettanti in base alla percentuale ottenuta nel secondo voto, li conserva, ma gli partiti ottengono mandati compensativi, in modo che nella assemblea del Land abbiano un numero di seggi pari alla percentuale ottenuta nel  secondo voto.

    I partiti  o gruppi di elettori in lizza sono 25, ma di essi ne sono entrati nel Landtag soltanto 5,cioè SPD (34,5%), CDU (34,3), Verdi (12,6%), FDP (6,5%) e Linke (6%) con una partecipazione al voto al minimo storico del 59,1%(-3,9% rispetto al 2005).  SPD, Verdi e Linke ottengono più del 53% dei voti. La distribuzione dei seggi non sarà confrontabile con quella del Landtag precedente, a causa della nuova legge elettorale, nel caso fossero attribuiti seggi aggiuntivi e compensativi e, comunque, dal numero di partiti che superano il 4%. Nel Landtag uscente la CDU aveva 89 seggi, la SPD 74 e i Verdi e Liberali 12 ciascuno.

    La sconfitta della coalizione liberal-democristiana uscente era stata preannunciata dai sondaggi. La Merkel ha pagato la paralisi decisionale motivata da queste elezioni, tuttavia la crisi greca, per i suoi riflessi sulla stabilità dell’Euro, non poteva aspettare e la sofferta adesione al piano di salvataggio ha dovuto essere votata dal Bundestag, prima delle elezioni. Sul piano parlamentare la decisione ha mostrato le divisioni dell’opposizione, perché i Verdi e 4 socialdemocratici hanno votato a favore della proposta governativa. Con questo i Verdi hanno lanciato un segnale di disponibilità, come già nella Saar ad un governo di coalizione con liberali e democristiani, nel caso che una maggioranza rosso-verde dovesse dipendere dalla Linke. La Linke è in piena polemica precongressuale, poiché il Forum del Socialismo Democratico ha liquidato la proposta di Programma Fondamentale, come “neo-comunista” per la sua semplificazioni nel presentare il capitalismo contemporaneo. La candidata alla presidenza del Land della SPD, Hannelore Kraft aveva dichiarato alla vigilia del voto, che la Linke “ né è capace di governare, né ne ha la voglia”. Per le soluzioni il tempo è do trenta giorni, nella seduta del Landtag del 9 giugno prossimo si dovrà eleggere il Ministerpresident, la cui posizione costituzionale è molto forte e può governare anche con una maggioranza relativa.

    In Germania, come nei paesi scandinavi, è considerato politicamente immorale che le opposizioni convergano unicamente per abbattere un governo, senza avere un candidato alternativo ed un programma comune. Nella attribuzione provvisoria dei seggi SDP e CDU sono in parità con 67 seggi a testa, i Verdi ne hanno 23, la FDP 13 e la Linke 12. SDP e Verdi hanno 90 seggi su 181. L'unica formula autosufficiente è una Grosse Koalition, salvo che i Verdi non si imbarchino in una coalizione di centro-destra. A meno di clamorosi colpi di scena  la socialdemocratica Hannelore Kraft sarà la Ministerpresidentin della Renania Settentrionale-Vestfalia, malgrado che la SPD abbia conseguito il suo peggior risultato degli ultimi 50 anni, perdendo 130.000 voti verso l’astensione e 70.000 verso la Linke.   

giovedì 8 aprile 2010

La sinistra del "noi" diviso

Periscopio socialista 

Una ricomposizione della sinistra italiana può essere soltanto il frutto di un progetto politico, e non di un'ammucchiata anti-berlusconiana.

di Felice Besostri 

Occorre avere anzitutto il coraggio di guardare in faccia la realtà. Queste regionali hanno "regionalizzato" il bipolarismo all'italiana: a settentrione è forte la Lega, al centro il PD, nel meridione il PDL.  Una sinistra che voglia proporsi come forza alternativa presente su tutto il territorio nazionale deve riunire ambientalisti, comunisti, libertari e socialisti, capaci di non dimenticare le loro radici, ma anche di superare le divisioni del passato. 

    La sinistra italiana deve avere un orizzonte europeo e, quindi, un rapporto, anche critico, con il socialismo europeo, altrimenti non avrebbe senso gioire per le regionali francesi o per i successi della LINKE in Germania.

    In Francia è il PS il motore del successo e in Germania la LINKE  ha cominciato a crescere soltanto dopo il robusto innesto di una componente socialdemocratica.

    Soltanto in Italia pare possibile continuare a parlare di sinistra a prescindere dal socialismo europeo.
    Per il momento la sinistra, a livello mondiale, non ha un modello di società organico da contrapporre a quella capitalistica: il modello sovietico è fallito per l’eternità. 

    Venendo ai risultati elettorali, nei quali inevitabilmente si riflettono le difficoltà sopra esposte, spero che nelle regioni consegnate alla destra, anche per le divisioni delle opposizioni, il dibattito non si riduca all'individuazione del responsabile, ma si discuta delle predette divisioni e, soprattutto, si ragioni sul loro superamento: possibile o impossibile?

    Una ricomposizione può essere soltanto il frutto di un progetto politico, che una forza a sinistra del PD faccia proprio, e non di un'ammucchiata anti-berlusconiana: questo in altre parole è il progetto originario di SeL.

    L'attuale assetto politico è insoddisfacente, come dimostrano le astensioni crescenti e i risultati di movimenti al loro esordio, come i “Cinque Stelle” dei fans di Grillo, che hanno risultati superiori a quelli della sinistra in tutte le sue versioni. In questo quadro alquanto oscuro ci sono però elementi di speranza per il futuro.

    Innanzi a tutto per tre anni non dovrebbero esserci consultazioni di carattere generale, quindi non dovrebbero pesare le prospettive personali dei dirigenti delle formazioni politiche comprese quelle di sinistra.

    Il PD non potrà più pretendere una leadership solitaria dell'opposizione, in altre parole dovrà concordare con gli alleati procedure per la designazione dei candidati e/o i candidati: una prima prova saranno le elezioni del 2011 in alcune grandi città a partire da Milano.

    Qui mi allaccio al risultato milanese e lombardo. Politicamente esso fa risaltare la debolezza della sinistra, in tutte le sue espressioni, nella più grande e ricca regione italiana. 

    Una sinistra più forte e radicata nei quartieri popolari della metropoli lombarda potrebbe giocare un ruolo importante nelle prossime elezioni comunali.

    L’ipotesi di una candidatura Bossi si è rafforzata: chi aspira a rappresentare il Nord deve conquistarne la capitale. 

    Nelle condizioni italiane un presidenzialismo vero sarebbe una soluzione democraticamente più garantista di un semi-presidenzialismo, per non parlare dell’obbrobrio dell’elezione diretta del Primo Ministro, cui va naturalmente la simpatia di Berlusconi e non solo di lui.    

martedì 30 marzo 2010

VITTORIA DELLA SINISTRA E/O SCONFITTA DELLA DESTRA

Periscopio socialista 

di Felice Besostri 

Al secondo turno delle regionali la sinistra francese ha realizzato il suo miglior risultato dopo le legislative del 1981. naturalmente in termini percentuali, cioè 54,1% contro il 35,4% della destra e il 9,4% del Fronte Nazionale. Nel 1981 la maggioranza presidenziale mitterrandiana raccolse il 54,42% al I° e il 56,75% al II° turno, ma proprio quelle elezioni mostrano il grande inganno delle percentuali, perché il 54,42% del primo turno corrispondeva a 13.680.912 elettori di sinistra, mentre dietro il 56,75% c'erano 3 milioni, circa, di elettori in meno. Nel celebrare la vittoria della Gauche alle regionali non si può dimenticare che al primo turno le astensioni sono state superiori al 50% e al secondo sono state il 48,9%.. Nelle regioni metropolitane il totale dei voti della sinistra è stato pari a 10.927.265, cioè poco più dei voti raccolti al secondo turno del 1981: 10.598.985.

    Pare evidente che la sinistra abbia raccolto i suoi voti anche in termini assoluti, quindi l'astensione è stata massicciamente di destra, segno di disaffezione per Sarkozy e il suo partito, che ha perso voti a favore di Le Pen. La vittoria della sinistra è quindi fragile per potersi tradurre automaticamente in una promessa di vittoria per le prossime presidenziali e legislative.

    Rispetto al 1981 la Gauche è profondamente mutata, allora era composta da un 37,52% di socialisti e da un 16,17% di comunisti: il PCF alle ultime legislative del 2007 è rimasto al 4,29%, superato in voti da formazioni alla sua sinistra con un complessivo 6,14% al primo turno. In termini di seggi il PCF resta la formazione più forte a sinistra del PS, grazie al sistema maggioritario con ballottaggio.

    Nel 1981 i Verdi erano assenti, mentre nelle elezioni europee del 2009 hanno quasi eguagliato i socialisti. Nella nuova Gauche plurielle la sinistra antagonista, riunita nel NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) ha un peso maggiore , ma bilanciata dalla forza dei Verdi di Europe Ecologie, una formazione tendente al centro da quando la leadership  è stata assunta, anche a livello europeo da Daniel Cohn-Bendit.  La sinistra ha conquistato 21 regioni ( se trova un accordo con gli autonomisti corsi) su 22, ma con formazioni variabili, con il PS come punto fisso ad eccezione della Languedoc-Roussillon, vinta da una lista di dissidenti socialisti, guidata dal sindaco di Montpellier, George Frêche, sicuramente un personaggio poliedrico  e politicamente originale, dalle origini marxiste-leniniste- maoiste fino all'approdo nella SFIO, formazione socialdemocratica con infiltrazioni trotzkiste. L'accordo non si è realizzato ovunque: in Bretagna sono rimasti fuori i Verdi e nel Limousin  il Fronte di Sinistra-NPA. Nelle elezioni legislative il comun denominatore dell'antisarkozismo non sarà sufficiente a presentare un credibile programma di governo.

    Tuttavia il sistema politico francese è costruito intorno all'elezione del Presidente della Repubblica, la cui elezione precede le politiche e le influenza decisamente. Il problema è quello di una candidatura unitaria: quasi una quadratura del cerchio, se si pensa alle passate esperienze. Una qualche lezione per l'Italia? In senso molto generale: l'alleanza tra socialisti, ecologisti e comunisti richiama Sinistra e Libertà delle europee, ma la situazione italiana è caratterizzata dalla drammatica assenza, come forza coagulante, di un partito socialista, che funga anche da raccordo con il socialismo europeo. Né la funzione può essere assolta da un PD, che a priori rifiuta un'alleanza con la sinistra antagonista. Nella sinistra francese c'è un'articolazione maggiore di quella italiana: alleati tradizionali del PS sono i Radicali di Sinistra e il Movimento Repubblicano e Cittadino, sempre presenti nell'alleanza di sinistra, mentre il PCF a volte era presente in quanto tale o come Fronte della Sinistra. In compenso la sinistra italiana è meno capace di trovare momenti unitari, basta pensare ai rapporti tra Sinistra Ecologia Libertà e il PSI da un lato e con Rifondazione Comunista e la Federazione della sinistra dall'altro.   

    Le regioni in Francia sono organi amministrativi senza le competenze normative delle regioni italiane, che dopo la riforma del titolo V della Parte Seconda della Costituzione sono soggetti quasi federali. Le regioni in Italia incidono sull'indirizzo politico complessivo dello Stato e quindi la posta in gioco il 28/29 marzo la posta in gioco è molto superiore di quella vinta in Francia dalla sinistra.        
Spigolature
Una nuova
primavera
di Renzo Balmelli 
RISVEGLIO. Ormai è chiaro che il prossimo passaggio alle urne costituirà una scelta di campo di gran lunga superiore a una normale consultazione amministrativa. Ne è prova evidente l’assordante nervosismo che affligge la maggioranza, spaventata dal contagio della sindrome francese. Abbandonato ogni pudore, il premier prova di nuovo a gabellare gli elettori mettendo sul piatto il disco rotto del partito dell’amore, un logoro copione già visto molte volte. Da vero sultano insofferente alle regole invade le tv, se ne fa un baffo della par condicio, e un giorno si, l'altro pure inventa assurdi teoremi sul pericolo rosso ed i magistrati complottisti. A furia di sparare balle anche la piazza diventa tarocca e l’indecente battaglia delle cifre con la Questura è la spia della deriva verso cui scivola il Pdl. Da una settimana pero’ è primavera. Dopo il tracollo della destra a Parigi e Washington c’è in giro un’aria nuova che molti sperano di incrociare anche in Italia. Al di la degli imbrogli mediatici, il berlusconismo coincide con un periodo nel quale non è accaduto nulla di buono e nessuna promessa ha finito col concretizzarsi. Vedremo a giorni se anche a Roma suonerà l’ora del risveglio.

INGERENZA. Alla CEI non si puo’ negare la facoltà di difendere valori da essa considerati irrinunciabili. Ma con le elezioni alle porte, la discesa in campo della Conferenza episcopale ha finito col sollevare piu' di un dubbio sul suo carattere eminentemente pastorale. Data l'enfasi posta nell'appello elettorale contro l'aborto poi sfociato nell'invito ai cattolici di esprimere preferenze solo in favore dei candidati di provata fede, era fatale che si insinuasse il tarlo del sospetto. Del resto non è un mistero che in Vaticano abbiano vissuto malissimo il pasticcio delle liste che puo’ far vincere Emma Bonino nel cuore della Cristianità. Al netto delle intenzioni pareva di rivivere il clima delle indebite ingerenze nelle cose italiane di stampo pre-conciliare. Per certi versi l'intervento di Angelo Bagnasco ha riportato alla memoria la scena memorabile del film in cui il parroco, fingendo di non dare consigli, in realtà esortava i fedeli a fare in modo che il loro voto fosse democratico e cristiano.

RILANCIO. La svolta non fa una grinza. Con l’approvazione della riforma sanitaria, il presidente americano riafferma la centralità del governo a tutela delle fasce piu’ deboli, spesso tartassate dai soprusi burocratici. Dopo la traumatica sconfitta in Massachusetts, l’inquilino della Casa Bianca ha raddrizzato la barra ed ha trovato la maggioranza per mandare in soffitta la medicina a due velocità. Un progetto che nessuno prima di lui era mai riuscito a portare in porto. Chi ne parlava veniva subito etichettato come comunista. Grazie a questo successo, senz’altro il piu’ prestigioso del suo ancor breve mandato, Obama sfida a viso aperto il populismo repubblicano che si radicalizza sempre piu’, fa leva sugli istinti piu’ riposti e sa dire soltanto no. Ora lo aspettano occupazione, finanze, nonché la crisi grave e profonda con Israele. Tutti temi caldi per rilanciare la presidenza e fugare lo spettro di una sconfitta annunciata a novembre.

AMBIZIONI. Alle illusioni ci crede solo chi vuol crederci e Sarkozy l'ha imparato a sue spese. Monsieur le Président è stato messo sotto scacco dal ritrovato orgoglio della gauche, ma anche dal naufragio del suo programma neoliberale, infarcito di slogan e inadempienze. I francesi stufi di tante promesse e di pochi fatti hanno bocciato la politica di “rottura” sarkozysta che ha perso per strada i pezzi di un ambizioso progetto di riforme. Nel mezzo del cammin della presidenza, l’inquilino dell’Eliseo si trova dunque a ricominciare da capo, dopo avere dilapidato il grande consenso popolare che lo aveva portato al trionfo. Gli elettori hanno fatto una scelta a favore della sinistra per una politica che li protegga, li difenda nella vita quotidiana. Una scelta ragionata, tanto piu’ che nell’ombra è in agguato l’estrema destra di Le Pen, sempre pronta a rimestare nel calderone del malcontento per guadagnare consensi alle sua bacata ideologia.

DIMENTICATO. Mentre a Roma la destra inscenava la sua“oceanica adunata”, poco distante si celebrava la Giornata mondiale dell’acqua nel silenzio piu’ assoluto. E’ sconcertante l’indifferenza nei confronti di un problema che ha conseguenze letali per milioni di persone sulla terra. Nemmeno le guerre e le violenze che tormentano ogni angolo del pianeta, messe tutte insieme, sono tanto funeste quanto la scarsità di un bene primario che dovrebbe essere di tutti, senza vincoli e balzelli. Per il flagello della sete ogni giorno muoiono 5.000 bambini. Otto milioni di morti all’anno. Il dramma si consuma lontano da telecamere e notiziari, ma uccide quanto il più spietato dei virus. In questi giorni sul tema dell'acqua si parla dello Yemen, un luogo di rara belllezza cantato da Moravia e Pasolini, ma dimenticato dall’Occidente . Nel paese noto agli antichi romani come Arabia Felix la penuria idrica minaccia di portare al collasso definitivo una civiltà millenaria senza la quale il mondo sarebbe immensamente piu’ povero. La scarsità di aiuti per lo Yemen contrasta dolorosamente con le decine di miliardi spesi per rifare il trucco a un parco giochi per adulti e finanzieri d'assalto che è Dubai.